Le case dei fantasmi

Le case dei fantasmi

giovedì 6 agosto 2015

Lucedio





Lucedio non è un’abbazia come tutte le altre: che i boschi profondi e gli alti picchi rocciosi fossero luoghi classici dove ambientare storie di spettri e di misteri irrisolti lo si sapeva già; strano appare sapere che il luogo dove si svolge questa vicenda è la fertile e verdeggiante pianura coltivata a risaie, che si estendono per chilometri e chilometri, nel comune di Trino in provincia di Vercelli.
Qui nella desolazione delle colture, spezzata di tanto in tanto dalle architetture maestose di bellissime cascine, sorge l’antico Principato di Lucedio, il cui nome è stato associato, ma senza alcuna prova etimologica irrefutabile, al biblico “portatore di luce”, ovvero Lucifero. Lucedio oggi è un monastero ormai da tempo sconsacrato, la cui lunga storia sbiadisce tra le nebbie e vapori che avvolgono la regione durante le interminabili stagioni umide.

Edificato nel 1123 tra paludi poco ospitali per volontà di Ranieri marchese di Monferrato il monastero fu retto da monaci cistercensi. L’operosa comunità diede avvio una bonifica delle terre paludose e, sfruttando tramite un sistema di canali canali la gran quantità d’acqua di cui è ricca la regione, si dedicò alla produzione del riso che caratterizza tutt’oggi il territorio vercellese.
Durante la quarta crociata, terminata nel 1204 con il saccheggio di Costantinopoli, Bonifacio, allora marchese di Monferrato, condusse quali prigionieri l’imperatore bizantino Alessio III e sua moglie Eufrosina proprio a Lucedio. L’imperatrice morì qui e qui fu sepolta, forse insieme al giovane figlio che l’accompagnò nel suo triste destino. Purtroppo non si conosce esattamente il luogo dove fu collocato la sepolta regale: alcuni pensano si trovi nei sotterranei dell’abbazia di Santa Maria di Lucedio, altri nella limitrofa chiesetta di Santa Maria delle Vigne, la quale si dice sia collegata da tunnel al complesso monasteriale. Da questa vicenda probabilmente scaturì la leggenda della cosiddetta regina di Patmos, la quale, fuggita nei boschi, infine si uccise per liberarsi delle pressanti attenzioni del padre.
Una notte del 1684 poco più a Nord di Lucedio, nel cimitero di Darola, si tenne un sabba, il quale attirò nella regione le maliziose attenzioni di alcune volontà demoniache, i quali indussero le novizie del vicino convento di Trino a sedurre i monaci, che compiacenti non si sottrassero alle lusinghe, inaugurando in tal modo un capitolo di turpe decadenza morale, che raggiunse i suoi toni più acuti nelle angherie perpetrate ai danni della popolazione locale nelle sale della tortura di Lucedio. In seguito la presenza demoniaca venne domata e rinchiusa nelle cripte del monastero e a completamento del rituale furono posti i corpi mummificati di quattro monaci quale estremo sigillo contro il male. Di tale rituale potrebbe costituire un singolare indizio il dipinto posto all’entrata della chiesa di Santa Maria delle Vigne.
Esattamente un secolo dopo quel nefasto avvenimento Papa Pio VI soppresse l’abbazia adducendo come causa la depravazione e la degenerazione che ormai si erano insinuati a Lucedio distogliendo i monaci dalla loro missione. Le terre allora furono confiscate e i monaci dispersi, ma ancora oggi non sembrano cessare gli strani e a volte drammatici eventi che hanno reso una nefasta fama al luogo. Esistono tetre filastrocche che narrano della presenza del demonio e a queste si aggiungono le soprannaturali visioni accompagnate da agghiaccianti rumori che gli abitanti del luogo affermano di percepire durante le ore notturne.

Il complesso ha le caratteristiche di un monastero fortificato è arricchito di due chiese, più dormitori, le prigioni ed una sala capitolare: il tutto ancora ben conservato. E’ proprio la sala capitolare ad aver attirato l’attenzione delle cronache, poiché al suo interno si trova la colonna che piange, ovvero una colonna in pietra porosa che trasuda acqua contenuta in falde sotterranee per semplice capillarità. Si badi che tutte le colonne della stanza sono del medesimo materiale, ma soltanto una ha questa caratteristica, fatto che ben si attaglia alla diceria secondo la quale una delle colonne della Stanza del Giudizio sigillava un ingresso dell’inferno. Intorno agli anni ’60 un’opera DI RESTAURAZIONE del complesso venne interrotta a causa di un crollo che causò la morte di un' operaio proprio quando i lavori interessarono le cripte: coincidenza questa assai strana. Durante il periodo delle riprese effettuate sul luogo dalla Fox Channel, che dedicò un servizio a Lucedio, un uomo morì di infarto mentre passeggiava nelle vicinanze. Fatto in realtà privo di alcun collegamento con Lucedio, ma che diventa coincidenza se si considera, insieme alla precedente fatalità, come l’interesse diretto per questo monastero si accompagni a tragici incidenti.
Qualche centinaio di metri a Sud di Lucedio si trova una chiesa solitaria immersa nel fitto degli alberi: questo è il santuario della Madonna delle Vigne. Sullo stipite dell’ingresso campeggia un affresco raffigurante un organo a canne e poco più in basso uno spartito; lo strumento e le note necessarie per eseguire un’aria dalle valenze esoteriche. Stando ai racconti popolari questo brano avrebbe avuto il potere di imprigionare il male nel luogo, ma se suonato al contrario lo avrebbe liberato. Perché mettere così in evidenza quella che era la chiave per risvegliare le forze segregate?
Studi recenti effettuati sullo spartito hanno dimostrato che questo può essere suonato anche al contrario, in quanto le prime note rappresentano una chiusura tipica nella prassi esecutiva dei brani liturgici. Forse sotto le note, si pensa, sia celato un testo criptato il cui significato non è purtroppo (o per fortuna?) di facile accesso.

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lunedì 3 agosto 2015

Aguscello






Aguscello è una piccola frazione del comune di Ferrara che sarebbe oggi ai più sconosciuta non fosse anche la sede di un’omonima struttura che la tradizione, il folklore e le testimonianze ci descrivono come una fra le più sinistre e infestate in Italia.
L’ex manicomio di Aguscello, a circa mezz’ora di strada  dal centro della frazione, possiede tutti gli ingredienti che fanno di esso l’ambiente della più classica fra le ghost stories di Henry James: un passato incerto e nebbioso, gli spiriti innocenti di bambini vittime di orrendi soprusi, e un’aurea fatiscente e derelitta dovuta forse più all’incuria dei vivi che alle maledizioni dei morti. Ma quanto c’è di vero?

I primi documenti che attestano l’esistenza di tale struttura risalgono al 1870, anno in cui i fratelli Pareschi ne acquistarono il lotto ad un’asta pubblica occorsa il giorno 1 Aprile. Nel 1896, un documento certifica che la proprietà passa in mano a tale signor Lombardi, che ne esercita l’usufrutto per lire 12000 annui sotto concessione del vescovo Enrico Grazioli. Gli atti notarili di quel periodo certificano che dal 1900 al 1933 la clinica di Aguscello cambia mediamente un proprietario ogni tre anni. Noi non ci soffermeremo ulteriormente nell’improbabile ricordo di questi nomi senza un volto sepolti dal tempo fatta eccezione per l’ultimo proprietario di cui si abbia notizia certa: la signora Amelia Guerra, moglie del dottor Giovanni Bernardi, che rende l’edificio – fino ad allora adibito a residenza privata dai precedenti possessori – un ospedale per malati di tubercolosi. Nel 1940, esso  viene venduto alla croce rossa italiana, che lo trasforma in un ospedale psichiatrico per bambini di età inferiore ai 13 anni.

Ricostruire la storia di Aguscello non è affare facile. la Croce Rossa gestisce il pedagogico per 30 anni, fino al suo improvviso abbandono avvenuto nel 1970. In merito a questo periodo, la documentazione ufficiale della struttura – che comprende anche le cartelle cliniche dei piccoli pazienti – è custodita presso gli archivi del comitato provinciale di Ferrara, a disposizione di chiunque desiderasse approfondire meglio il trentennio.

Secondo la tradizione, quello che avvenne nei 30 anni di attività del manicomio – o del “pedagogico” come sono soliti chiamarli a Ferrara – è orribile: l’edificio sembra fosse gestito da suore che non avevano particolarmente a cuore i bambini lì abbandonati. Le testimonianze di chi ha vissuto quegli anni nel Ferrarese parlano di torture fisiche e mentali molto pesanti. Un dolore che ancora oggi trapela da quelle mura e scuote le coscienze di chi mosso dalla curiosità si reca in visita all’ex manicomio di Aguscello in cerca di guai (l’area è pericolante). L’atmosfera è pesante e il supplizio dei piccoli è ancora vivo fra gli oggetti, le sedie, i lettini che si trovano all’interno delle vecchie stanze, dove fra scritte blasfeme alle pareti, simboli satanici e degrado, è possibile trovare un riscontro concreto all’incuria nella quale oggi versa l’edificio, in balia dell’edera e del menefreghismo più assoluto.I resti di apparecchiature, inclusa una macchina per l’elettroshock, sono stati rinvenuti fra le campagne adiacenti al presunto ex manicomio e rappresentano secondo alcuni la vivida testimonianza dell’abbandono improvviso de 1970. Come al solito però, trattandosi di leggende tramandatesi oralmente, i motivi della fuga da Aguscello non sono del tutto chiari.

Non c’è uniformità fra le teorie che giustificherebbero la scomparsa dei bambini nel manicomio durante l’ultimo giorno della sua esistenza.
L’ipotesi più gettonata ci parla di un incendio, casuale o doloso, che avrebbe messo fine alla vita di tutti i piccoli ospiti, impietosamente rinchiusi dalle suore “cattive” agli ultimi piani dell’edificio.
Una versione forse ancor più inquietante ha per protagonista un bambino colpito da una grave forma di schizofrenia, di nome Filippo Erni. Il giovane, mentalmente stremato dai metodi educativi rigidi e opprimenti in voga nel manicomio, sarebbe impazzito, uccidendo alcuni suoi compagni prima di venire rinchiuso all’ultimo piano del manicomio. Dall’unica finestra della stanza si sarebbe lanciato in preda alla disperazione, trovando la morte. Proprio l’anima di Filippo Erni sarebbe stata avvistata nel corso degli anni dai numerosi Ghost Hunters partiti all’avventura. La figura descritta è quella di un bambino di circa 12 anni, biondo, dall’espressione arcigna che correndo si aggira nel giardino di Aguscello di cui è prigioniero per l’eternità.

Un’ultima ipotesi farebbe coincidere la chiusura del manicomio e la morte di tutti suoi ospiti con lo scoppio di una grave epidemia virale non arginata dal personale, che dopo aver sepolto i corpi in una fosse comune nella zona boschiva antistante al manicomio, se la sarebbe data a gambe levate.
Qualunque sia la fine toccata in sorte al manicomio e a tutti i suoi abitanti, è un dato di fatto che oggi i curiosi che si avventurano all’esplorazione di Aguscello – imprudentemente, giacché l’edificio è pericolante ed è un ritrovo per drogati e partecipanti di messe nere – affermano di sentire una sensazione di angoscia opprimente fra quelle pareti, e di udire gli scalpicci dei piedini e i lamenti dei tanti bambini un tempo presenti.
Aguscello è senza dubbio un luogo dal quale è facile lasciarsi suggestionare: i pavimenti crollati e le scale in disuso non consentono di ispezionarlo per intero. In particolare l’ultimo piano, quello dove secondo la leggenda sarebbero stati rinchiusi i bambini e da dove Filippo Erni si sarebbe lanciato, è assolutamente off limits e sarebbe letteralmente un suicidio provare a raggiungerlo. In più, negli anni l’edificio è stato sede di messe nere e rituali di vario genere, le cui testimonianze sono incise sulle decrepite pareti in segni e frasi che recitano i loro sinistri ammonimenti agli incauti visitatori.


FONTE-->http://enightmare.it/category/luoghi/page/9

sabato 1 agosto 2015

Lakeview

Ci troviamo nello stato dell’Illinois, dove nella piccola cittadina di Hartford, si trovano le rovine dell’omonimo castello, conosciuto ai più come Lakeview (vista sul lago). Hartford un tempo sorgeva su di un’isolata collina circondata da un canale e avvolta in un fittissimo bosco, realizzati appositamente per difendere la quiete dei suoi proprietari, i quali amavano godere dei loro incantevoli giardini la vista del Mississippi e dei suoi meravigliosi tramonti.
Il castello di Hartford venne costruito da un tale francese di nome Benjamin Biszant, che spostatosi dall’Europa venne negli Stati Uniti, volle regalare una dimora da sogno alla sua sposa inglese.
Ed il luogo, a quanto si narra, era davvero splendido: la casa contava 14 stanze con pavimenti in legno e colonne scolpite, fra esse svettava un’alta torre circolare che permetteva di volgere lo sguardo a 360° sulle campagne circostanti; la tenuta poi era animata di placidi laghetti, fontane, gazebo, ponti di pietra e sul ciglio dei sentieri che imbucavano i rigogliosi giardini sorgevano numerose statue umane e di animali e stranamente mescolate ad esse curiosi cannoni.
La realizzazione del progetto fu molto costosa, eppure non si ha alcuna notizia delle risorse economiche e delle attività svolte da Biszant, che sicuramente dovevano garantirgli una notevole disponibilità finanziaria; forse la singolare mania dei cannoni era un riferimento alla sua professione? E’ Attività assai redditizia, si sa, quella dell’industria bellica, ma nulla ci permette di asserire con assoluta certezza quella che rimarrà soltanto un’ipotesi.
Qualche anno dopo, esattamente nel 1900, la moglie di Biszant morì: il suo corpo non venne sepolto nel luogo che ella amava così tanto, ma chissà perché venne rispedita in Inghilterra. Ma nonostante il suo corpo riposasse lontanissimo da casa, presto si cominciò a dire che il suo spirito rimase indissolubilmente legato ad Hartford. Dopo la morte della moglie, Biszant non riuscì più a vivere ad Hartford, e vendette il castello e le proprietà intorno, trasferendosi in California.
Furono proprio i successivi proprietari a raccontare di vedere spesso una donna aggirarsi tra le stanze colonnate ed i giardini di Hartford, dove pure qualche volta capitava di sentire mescolato al vento come un sussurro di donna diffondersi tra le fronde e le statue.
La casa passò di proprietario in proprietario, il fantasma dicono fosse ancora lì. In seguito Hartford da abitazione privata fu sede di una scuola militare e dopo una struttura che dava accoglienza a donne incinte non sposate. Durante gli anni ’20 Hartford venne trasformata in albergo e poco dopo, grazie alla sua ideale posizione di quasi totale isolamento, divenne una cosiddetta “speakeasy”, ovvero, durante l’era del proibizionismo, una di quelle strutture dove abusivamente si vendevano alcolici e tutto quel che era vietato dalla legge. La casa però venne monitorata dalle autorità e dopo un blitz fu chiusa e restò inabitata per un po’ di tempo.
Finita l’era del proibizionismo, una nuova coppia proveniente da una città vicina acquistò Hartford e vi si recò a vivere, ma presto cominciò ad avere parecchi problemi. Di che tipo? Le voci riferiscono soltanto che gli abitanti del luogo non si rassegnarono a considerare Hartford una dimora privata, ma ancora abituati agli anni precedenti facevano irruzione nei giardini organizzando feste segrete; spesso vi si recavano coppiette, le quali attratte dal romanticismo del luogo cercavano un riparo sicuro e al tempo stesso piacevole per le loro tresche amorose.
I coniugi disperati dalla situazione decisero di aprire il parco al pubblico durante dei giorni prestabiliti, sperando che ciò servisse almeno a limitare gli abusi degli avventori, ma ciò in realtà non bastò, perché le introduzioni non desiderate continuarono senza tregua.
Si può dire che il 1964 fu l’ultimo anno di vita della villa, che coincise proprio con quello del suo proprietario, infatti venuto meno il marito la moglie rimasta sola decise di ritornare a WoodRiver la città da cui erano venuti. Hartford, non più vigilata, cominciò progressivamente a cadere in uno stato di degrado, vandali, imbrattatori di ogni genere si diedero alla devastazione più totale del castello, fin quando nell’anno 1973, il giorno del 21 marzo per esattezza, un incendio, di cui non si conosce la causa, lo divorò fino alle fondamenta.
Oggi, ad anni di distanza dall’incendio, resta ancora qualche parete che le radici sollevano e squarciano, il gazebo di pietra a pianta esagonale sul laghetto ormai prosciugato, le statue che sparse qua e là riaffiorano all’improvviso, quali presenze furtive e dimenticate, tra alberi e sottobosco che inghiottono di giorno in giorno inesorabilmente, fino a quando non ne avranno cancellato ogni traccia, quello che un tempo fu il glorioso e magnifico castello di Hartford.
Di tanto in tanto qualche visitatore si addentra nel bosco fino a raggiungere i ruderi del castello, quando fa ritorno narra di una strane sensazioni provate tra quei luoghi caduti nell’oblio e come di una strana presenza che rende il luogo stranamente silenzioso da far venire i brividi.

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venerdì 31 luglio 2015

il volo della eastern lines 401

La notte del 29 Dicembre del 1972 il volo della eastern lines 401, lockeed L-1011 Tristar si schiantò con violenza nelle paludi della Everglades in Florida. A seguito dell’impatto e del ritardo dei soccorritori dovuto all’impervietà della zona, nell’ incidente perderanno la vita 101 persone. Fra queste, i membri dell’equipaggio Bob Loft e Donald Repo.
Immaginerete dunque lo stupore dell’assistente di volo Fay Merryweather quando l’anno successivo, a bordo del nuovo tristar 318, riconobbe il volto pallido e afflitto di Donald Repo che la fissava dal vetro del fornellino in cucina. La donna, allarmata e spaventata, allertò lo scettico copilota che tuttavia dovette arrendersi all’evidenza: il defunto tecnico di volo Don Repo era tornato su un tri-star. In quello stesso momento, fra il terrore e l’incredulità, i due udirono una voce appena sussurrata:”incendio a bordo“.
Non accadde nulla. Il copilota e la Merryweather stesero rapporto dell’avvenuto nel modo più neutro possibile intimoriti dalle reazioni dei propri superiori, includendo però il sinistro ammonimento che avevano ricevuto. Un mese dopo a bordo del tristar effettivamente scoppierà un incendio ad un motore, che tuttavia non lascerà vittime per merito del pronto intervento dell’equipaggio.

Nei mesi successivi molti membri dell’equipaggio e alti ufficiali della eastern lines saranno protagonisti di strani ed inquietanti incontri con i fantasmi del volo 401: ovvero con il capitano Bob Loft e il tecnico di volo Don Repo. Il vicepresidente della eastern lines, in volo sul 318 insieme ad altre alte cariche della compagnia aerea, trasalì quando si avvide che nel posto affianco al suo, dove prima non sedeva nessuno, era comparsa la triste e segalina figura del capitano Bob Loft.
La presenza di Don Repo fu anche riportata al pannello dei comandi, dove era occupato a verificare la strumentazione di bordo prima della partenza, proprio come era solito fare da vivo.
Ma perché le anime inquiete di Repo e Loft non hanno mai abbandonato quei cieli? è attestato che a seguito dell’impatto al suolo, alcuni componenti del tristar 1011 non subirono danni. La Eastern lines pensò bene di riutilizzarli per la costruzione di altri velivoli. Fra questi c’era il tristar 318. La cucina del tristar 318 dove si materializzò il volto di Don Repo era la stessa del volo 401.
I rapporti alla Eastern lines sui fantasmi del volo 401 si fecero sempre più frequenti, al punto che le storie delle strane presenze a bordo cominciarono a trapelare anche al di fuori degli ambienti aeronautici. Lo scrittore John Fuller pubblicherà un libro sugli avvistamenti degli spiriti e si beccherà una querela per danni all’immagine dalla compagnia aerea.
Gli stessi ufficiali di bordo si trovavano in vistoso imbarazzo nell’affrontare la situazione. La flight safety foundation analizzò i numerosi rapporti stilati sugli avvistamenti e concluse che:”(i rapporti) sono certamente da ritenersi attendibili, essendo scritti da piloti, ufficiali e assistenti di volo di ottima reputazione che non avrebbero alcun vantaggio ad arrecare un danno solamente a se stessi“. A seguito dei numerosi disagi, la Estern lines autorizzò un esorcismo a bordo dei propri velivoli. Un religioso gettò acqua benedetta sulla cucina del tristar. Il viso angosciato e sinistro di Don Repo si materializzò per un’ultima volta, supplichevole. Da quel giorno nessuno lo vide più.

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Castelraimondo


A Castelraimondo, sede dell’università di Camerino, negli anni 50 si tenne un prestigioso corso dell’occulto tenuto dal docente e psicologo professor Stoppolini.
Un giorno l’uomo invitò a lezione una medium, tale Maria Bocca, per mostrare dal vivo ai propri studenti lo svolgersi di una seduta. La macabra curiosità dei presenti fu soddisfatta, poichè a lezione praticamente conclusa, Maria iniziò a parlare con una voce mai udita prima:
Sono nata Rosa Menichelli. Quando morii ero Rosa Spadoni, ma mio marito era mancato prima di me. Siamo sepolti entrambi nel cimitero di Castelraimondo poco lontano da Camerino. Vi chiedo soltanto questo: di aiutare altre persone, perché anche a loro può capitare la stessa cosa che capitò a me. Due giorni dopo che fu stilato il certificato di morte fui portata al cimitero e li sepolta viva…“

La medium cadde stremata al suolo, lasciando interdetti e spaventati tutti gli allievi. Il professor Stoppolini cominciò le sue indagini ed effettivamente scoprì che una Rosa Spadoni era morta nel 1939 per un infezione febbrile e che poi era stata sepolta al cimitero di Castelraimondo. Riuscì quindi ad ottenere le autorizzazioni per far luce sul mistero: qualche giorno dopo si recò al cimitero insieme agli studenti, un fotografo e degli operai per dissotterrare la salma. Le vanghe spalarono via il terreno e portarono alla luce, dopo 11 anni, la bara di Rosa Spadoni. Quando essa venne aperta svelò un orrore che le parole della medium avevano appena preannunciato: lo scheletro della donna era in posizione supina, con le ginocchia piegate nel tentativo di aprire il coperchio. Le dita erano infilate in bocca. L’elemento più sconcertante furono i graffi con le unghia rinvenuti sull’interno del coperchio della bara, a testimonianza dello strazio che la povera Rosa aveva patito prima di morire, nel disperato tentativo di fuggire dalla sua tomba/prigione.
I patologi corressero il certificato di morte e scrissero che, effettivamente, Rosa Spadoni- Manichelli era stata sepolta VIVA.
Le fonti di questa storia sono quelle di Nigel Blundell e Roger Boar. Difficile reperire altre informazioni, tuttavia Castelraimondo è un paesino di poche migliaia di abitanti, dove, se tutto ciò corrisponde a realtà, troverete ancora oggi la tomba di Rosa Manichelli e alcuni vecchi testimoni diretti di questo sconcertante episodio
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Manchac



Manchac, conosciuta anche come Akers, è un remoto villaggio di pescatori a sud est nel territorio della Louisiana. Si trova in un piccolo lembo di terra fra il lago Pontchartrain e il lago Maurepas, a poche miglia dalle città di New Orleans e Mandeville. Il Manchac bridge, il terzo ponte più lungo del mondo, collega le due cittadine con la comunità di Manchac.
Akers è principalmente nota per la sua palude che rientra nella lista dei 10 luoghi più spaventosi del pianeta. La Manchac swamp, simpaticamente nota col nome di “palude dei fantasmi”, ha infatti un background sinistro e triste. Nel 1915, nel territorio in cui oggi si estende la palude, sorgevano 3 piccoli villaggi. In uno di questi si trovava tale Julie Brown, una sorta di fattucchiera che secondo le leggende popolari, negli ultimi giorni della sua vita, era solita strimpellare un motivetto il cui testo faceva più o meno così:
“io sto per morire, ma porterò tutti voi via con me”.

Se sull’esistenza di Julie Brown al momento è complicato reperire notizie certe, le cronache dei giornali dell’epoca (in particolare il Picayune times, quotidiano della Lousiana) e le testimonianze dei sopravvissuti sono comunque attendibili e ben dettagliate a riguardo dell’uragano che colpì Manchac, spazzando via case e oggetti e uccidendo più di 50 abitanti nella zona. L’uragano, in tutto il territorio della Lousiana, causò quasi 300 vittime.
La palude fu abbandonata e divenne un cimitero. Ancora oggi, fra i cipressi, è possibile intravedere le lapidi dove sono seppelliti gli sfortunati abitanti di Manchac. L’aurea che avvolge l’intera zona è spettrale e la sua esplorazione non è qualcosa che può essere organizzata in maniera fai da te: il territorio è habitat di grandi coccodrilli, serpenti e animali velenosi, pertanto avventurarsi da soli senza la giusta guida può essere molto pericoloso.

fonte-->http://enightmare.it/category/americanord/page/3
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Stull cemetery


Lo Stull cemetery si trova in pieno Kansas, tra le cittadine poco note di Lawrence e di Topeka ed il lago Clinton. Data la fama e le storie che si sono venute a depositare qui nel tempo il cimitero ha acquisito molti nomi, tutti di pessimo marchio: “settima porta dell’inferno“, “cimitero dei dannati“. Sì, perché all’interno dello Stull cemetery si dice che il diavolo in persona faccia due visite durante l’anno, la prima accade durante la primavera e la seconda nella notte di Halloween.
Le curiosità sullo Stull cemetery hanno avuto inizio con un articolo scritto da alcuni studenti sul giornale della University Kansas nel 1974, in cui venivano riportati fatti relativi a presenze “oscure” sia nel cimitero che nella chiesa annessa; l’articolo si concludeva con la possibilità che lo Stull cemetery fosse uno dei due luoghi al mondo in cui il diavolo compiva personalmente una visita durante un preciso giorno del calendario.
I cittadini si trovarono subito contrari e dichiararono di non aver sentito mai le storie che gli studenti dissero di aver appreso dai loro nonni, fatto sta che da quell’anno una folla sempre più numerosa di curiosi cominciò a recarsi al cimitero durante la notte di Halloween, e lo fa fino ai giorni nostri, tanto che la polizia del luogo è stata costretta negli ultimi tempi a vietare l’accesso al cimitero, onde evitare danneggiamenti al sito e possibili incidenti.
Invero nulla venne mai fatto per allontanare il triste alone che avvolge il cimitero e nulla venne mai tentato per riparare la chiesa, che risulta inutilizzata almeno fin dal 1922, e che subì numerosi danni nel corso del tempo, tanto da ridursi ad uno sventrato e bieco rudere, la cui presenza accrebbe notevolmente la nomea di luogo maledetto allo Stull cemetery.
Dalla data dell’articolo fino ai giorni nostri le storie e gli avvistamenti all’interno dello Stull cemetery sono cresciute notevolmente; una di queste narra che il diavolo faccia visita al cimitero una volta in inverno per visitare la tomba di una strega lì sepolta; strana coincidenza vuole che una delle lapidi rechi il nome “Wittich”, che ricorda molto il termine inglese strega, “witch” appunto. Un’altra strana coincidenza vuole che il nome originario del luogo fosse “Skull”, teschio, a causa delle ferventi attività stregonesche lì tenutesi, e che in seguito sia stato convertito nel meno male augurante Stull. E ancora si parla di cinque maestosi cedri che venivano utilizzati per impiccare le streghe, oggi di questi alberi ne restano soltanto due e coloro che li hanno visti da vicino affermano che emanano un’aria davvero inquietante.
Tra le apparizioni diaboliche, collegate all’attività della strega di Stull vi è quella di un bambino, che è stato detto sia il figlio della strega e del demonio. Si dice che di tanto in tanto questo si aggiri inquieto per il cimitero assumendo svariate forme feline.
Appassionati studiosi sviscerarono molte storie e leggende risalendo sempre più indietro nel tempo, arrivando addirittura al 1850, anno della prima presenza del diavolo a Stull coincidente con una vera tragedia. Infatti in quell’anno il sindaco del luogo venne accoltellato in un fienile che si trovava all’interno del cimitero. In seguito proprio sopra questo fienile fu edificata la chiesa, che è sopravvissuta fino al 2002, quando si decise di abbatterla. Il proprietario del cimitero e della chiesa, insieme ad altri due persone, che lo stesso proprietario si è rifiutato di nominare, si è mostrato contrario alla demolizione, che a quanto dicono comunque è stata forzatamente imposta per ragioni di sicurezza, ed in particolare proprio a causa del cedimento di una delle pareti avvenuto qualche giorno prima dell’ordinanza.
Oggi dunque quella chiesa, di cui rimaneva solo uno sventrato rudere fino al 2002, non esiste più, ma lo Stull cemetery esiste ancora ed ancora esistono le sue lapidi e le numerose folle di curiosi che ogni anno vi ricercano le tracce del male.

fonte-->http://enightmare.it/stull-cemetery
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